“As for my personal photographic work, most of my images evolve from emotional impulse and political intent.” J. S.

Intervista a Jens Jens Schwarz sul progetto Themmuns

di Simone Azzoni

What is the meaning of the title Themmuns?

The title refers to a slang word for ›them ones‹, the opposing side in Northern Ireland debates among Catholic Irish Republicans and Protestant Loyalists. Fellow members of one‘s own side are known as ›ussuns‹.

I have been to Belfast and, between walls and barbed wires, in the private gardens of the houses, I have seen - on the gates - phrases like "english keep out”. What is the true origin of this hatred?

I’m not a historian nor am I a local citizen of the region. But as a photographer having travelled to different conflict areas I’ve learnt that often hatred within opposing or divided societies has its origin in how a majority deals with a minority.

In Northern Ireland, over the centuries, a Catholic Irish minority felt dominated by a Protestant British majority on an island that the former felt belonging to ethnically, confessionally and geographically.

But, as we all know, hatred is never a solution.


Do the younger generation now carry on the inheritance of the fathers or can they choose and think for themselves?

Both I’d say. The younger generation has had the chance to be mostly brought up after the 1998 Peace Agreement, so under conditions of relative reconciliation and peace building strategies on both sides.

During my work on the project I was able to witness some great activities within the field of youth work and cross-community groups!

But unfortunately with all what’s going on with the Brexit circus things got worse in Northern Ireland. The Phantoms of the past are haunting a fragile commitment to peace, radical fractions from both sides are gaining increasingly support while Brexiteers just haven’t spent any attention to the Irish-border issue when originally campaigning the referendum in 2016. Maybe – sorry for some personal comment here – they just haven’t spent attention on anything but their disastrous and devastating misinformation strategies. And now the youngsters will have to pay the bill – all over the UK but especially in Northern Ireland.

What does it mean to be a Catholic in Belfast?

In terms of a political conflict I’d say it doesn’t mean anything specific – as long as no one from a different affiliation will assign a particular interpretation and social construction on what it means for him or her being a Catholic in Northern Ireland. All its citizens are humans, after all!

What are the differences and what are the similarities between Protestants and Catholics?

I’d like to answer with a quote from a 21-year old Protestant who, with his very masculine physical appearance and after a couple of drinks on weekends, almost cries because of being afraid that his girlfriend – after a couple of drinks – will have sex with another guy during holidays in Magaluf, Spain without him: ›I’m not sectarian, I think we’re all the same‹.

What will happen now with the Brexit?

We will learn it on Facebook, maybe rt.com will know it before...


Every reportage is a story. How will your story end?

Personally I wouldn’t consider my Themmuns work a reportage. It contains elements of reportage as it contains elements from other photographic genres. I like to play with these and balance them. This might be one of the core characteristics of my photographic approach.


What is the ethical substance of your photos?

Respect, warmth and reciprocity. If I ›take‹ something, I’d always wish to give something in return.

Can a photo be political?

A photo can be almost everything.

Photography, in the beginning, is a technical process. Nothing more and nothing less. What a photographic image will become then, is a product of a variety of expectations, contextualisations and interpretations. That’s why it is so powerful! Not only in the positive sense. As for my personal photographic work, most of my images evolve from emotional impulse and political intent.

What situation in the world are you interested in knowing with the camera?

In my work I’m interested in sociopolitical issues that deal with questions of both individual and social identity.

I’ve been following this main theme for more than two decades now, in different places, different settings and different states of mind as well.

And I haven’t found the answer yet. That keeps you moving!


Francesco Cito Palestina 1983 - 2011

di Simone Azzoni

Quale punto di vista hai costruito sulla questione palestinese, considerando anche gli aggiornamenti della cronaca attuale?

Parto sempre dal presupposto di aver puntato sul cavallo sbagliato. Ero partito con l’idea che tanto avrei smesso quando i palestinesi avrebbero avuto uno stato indipendente. Poi ho sempre previsto e immaginato che, se non fossero riusciti nel loro intento, sarebbe stato uno spargimento di sangue. Purtroppo queste sono scommesse che non avranno mai fine. Per come si sono svolte le vicende negli ultimi anni non vedo nessun futuro, non ci sarà soluzione.

Cos’è nei tuoi occhi l’intifada?

Quando sono andato non era ancora scoppiata la prima intifada. Però era in corso una occupazione da anni. Prima della fine degli anni ottanta i palestinesi non avevano partecipato ai conflitti degli israeliani nelle aree arabe limitrofe.

La prima intifada è stato uno scrollarsi di dosso la merda. Una reazione dei giovani che si sono scontrati con padri e nonni incapaci di reagire.

Capivo che non ci sarebbe stata nessuna soluzione, da entrambe le parti. Arafat poi sbagliò a coinvolgere i palestinesi della diaspora siriana e tunisina.

Era gente fuori dalle righe che non aveva vissuto la guerra dei palestinesi dei territori occupati.

Il grosso sbaglio fu estromettere la componente che aveva iniziato e proseguito l’intifada.

Chi aveva sostenuto lo scontro con Israele fu messo da parte.

Credo che nei tuoi scatti si ponga centrale e urgente la questione etica…

La prima cosa che bisogna fare è avere rispetto per i soggetti con cui ti rapporti, che siano essi in un modo o in un altro: che siano camorristi, mafiosi, o guerriglieri, nessuno nasce santo. Siamo frutto della società in cui viviamo. Io rispetto la specie umana, e mi sono messo nella condizione di avere rispetto per tutti. Poi, di fatto in guerra sei testimone, non puoi partecipare alle angherie a cui assisti, vedi qualcosa che non appartiene a te e sei lì perché dovresti documentare. Non ti nascondo che ci sono momenti in cui se avessi avuto un mitra in mano avrei sparato.

In una recente intervista su Arte Oliviero Toscani dice che ai fotoreporter basta togliere sangue e morti e non sanno far più nulla. Cosa ne pensi?

Ho già avuto modo di dirgli su un giornale quello che penso di lui. Toscani è un imbecille, non sa manco cosa sia l’etica né tantomeno cosa sia un reportage. Non ha capito un cavolo del nostro mondo. Il suo cruccio è un padre di cui non è riuscito a ricalcare le orme.

Disprezza i fotoreporter e poi utilizza le loro foto per le campagne pubblicitarie.

Cosa cerchi nella scelta del bianco e nero?

La fotografia vera nasce in bianco e nero, poi lo sviluppo del colore è avvenuto in tempi più tardi. La fotografia in bianco e nero ha bisogno di molta più grafica e se non ha una buona costruzione diventa piatta.

Senti che l’Iphoneography possa essere una minaccia per il reportage?

Non ho mai incolpato qualcuno in termini tecnologici. La fotografia come altre attività è cambiata nel corso del tempo. I miei antenati avevano una cassetta con le emulsioni. Il problema non è tanto il mezzo ma cosa fotografi.

Il reportage è morto perché non ci sono più gli editori e i contenitori in cui poter pubblicare le store realizzate. Sono venute a mancare le scuole di giornalismo, le redazioni dei giornali oggi sono scatole chiuse in cui non si entra e di cui si capisce poco perché tutto

arriva dal computer. In tutto questo aggiungi che molti giovani che si sono avvicinati alla fotografia l’hanno ritenuta tecnicamente facile.

Si è creato poi il presupposto che, non avendo più un contenitore, si pensa subito e solo al concorso fotografico che ti porta a raccontare di meno e a cercare nel contesto la composizione pittorica. Si guarda di più all’estetica.

Ad esempio il Word Press?

Si pensa che il Word Press sia la panacea sia di tutti i mali. Era nato per esser un premio giornalistico, oggi le foto sono estetizzanti. Considera che l’Italia è il terzo paese che vi partecipa.

La fotografia rimane un mezzo potente per raccontar storie, forse il più potente. Per te?

Io fotografo per capire, per cercare di capire. Viaggio molto meno rispetto ad anni fa perché non ci sono più i contenitori adatti per pubblicare una bella storia.

Quello c’è mi ha sempre spinto è la curiosità di capire quello che succede, vederlo con i miei occhi. Non aspetto che qualcuno me lo dica in modo distorto o deformato. E non serve andare in capo al mondo, basta andare dall’altra parte di casa mia.

Nei tuoi Workshop incontri anche ragazzi. Cosa chiedi loro?

Chiedo fino a che punto si è masochisti. Questo è un lavoro che non ha più futuro. Ma se qualcuno assolutamente vuole fare il fotografo allora che prenda una sacca e segua un’avventura all’estero.

Cosa cerchi ancora nel mondo, cosa ti manca da esplorare?

Mi è mancato il processo siriano, tutto quello c’è è avvenuto l’ho seguito solo relativamente. Mi manca la Siria, e ancora di più un viaggio negli USA ma attraverso quell’America povera di sessanta milioni di abitanti che vivono in modo miserevole.

L’ America non è solo quella di Trump.



Intervista a Filippo Romano

a cura di Simone Azzoni

Novo Planeta. Un viaggio portoghese. E’ un lavoro scritto a quattro mani.

Una suggestione reciproca, i testi non sono didascaliche delle o alle immagini. È un viaggio parallelo, un grande recipiente. Non c'è gerarchia ma una unità. The Passenger mi chiedeva delle cose ma sono andato oltre la letterarietà.

Quella con Roberto Francavilla è più di una collaborazione..

Roberto insegna letteratura portoghese, è un traduttore importante, anche di Pessoa. Conosce l'Africa lusofona, il primo viaggio a Capo verde l'ho fatto con lui. I successivi li abbiamo condivisi in forma di racconto. Siamo in dialogo da sempre e questo progetto ne è un ulteriore aspetto: la fotografia ripercorre suggestioni, viaggi modi e atteggiamenti legati al mondo portoghese. Una galassia di immaginazione. Io e Roberto è come se viaggiassimo assieme ma in uno sfasamento che genera un viaggio mentale. L'idea di fondo è un dialogo tra due amici con passioni culturali vicine. Uno dentro le immagini, uno nel mondo delle parole.

Rispetto al primo lavoro questa volta abbiamo però deciso di svincolare le parole dalle immagini. I testi diventano così ulteriori segni da leggere: una biblioteca ulteriore.

Nelle immagini si respira una serena distanza. Un'armonia non solo compositiva..

Si le immagini raccontano una amorosa distanza. Ho scelto immagini di luoghi più che di persone. Lavoro sui due livelli, incontro luoghi e persone, le intervisto, sto con loro. È una mia modalità di lavoro. Ma ci sono anche momenti di totale solitudine.

E poi c'è quella abusata parola: saudade. Una volta un regista francese disse che è un sentimento positivo. Lo trovo interessante perché è una maniera di tradurre una mancanza in elemento attivo, riuscire a vivere un distacco metabolizzandolo in una forma poetica.

Saudade non è tristezza ma il modo di affrontarla.

Queste immagini si ricompongono in una mappa o una atmosfera?

Prima di tutto un'atmosfera, chi vorrà costruirsi una mappa di riferimenti rimarrà stupito, anche perché alcuni scatti sono stati fatti a meno di un chilometro di distanza tra loro.

Cos'è per te la luce?

Direi è il confine dell'ombra e l'ombra è la forma della fotografia.

Alcune immagini ricordano le polveri pastellate che si depositano su memorie diafane, alla Giorgio Morandi...

Sono polveri personali, ritrovo spesso, ovunque vada un pezzo della mia infanzia siciliana. L'atto fotografico è un atto mentale di concentrazione, è guardare le cose e dargli un peso e una forma. Cosa ti ha lasciato dentro questo “viaggio”?

L'urgenza di raccontare ancora molte cose ed esplorare quella dimensione.

Questi scatti mi mettono in pace rispetto ad altri lavori come quello su Nairobi, lì il senso è meno poetico e più complesso e duro. Un ragazzo angolano che ha visto questi scatti ha capito dove stavo, le ha sentite sue. Ecco io cerco una universalità anche in una problematica sociologica o antropologica.

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