Opening 07.02.2026 H 18.30
Il Meccanico, Via San Vitale 2/B
37126 Verona
dal 7 febbraio al 14 marzo
Orari: venerdì 16.00-19.00
sabato 10.00-12.00 e 16.00-19.00
L’archivio Tomich
Autorialità
Archivio di Antonio Tomich
Ritrovamento e progettualità di Annalisa Zennaro
Curatela
Simone Azzoni
Il nostro rapporto con ciò che non c’è più passa attraverso le immagini. Ha un legame inevitabile con le immagini.
Il passato è definito come vita che non è più presente e proprio per questo genera inquietudine. L’immagine funziona allora come un antidoto simbolico: rende presente l’assenza, trasforma la mancanza in una forma di presenza fragile ma necessaria. L’immagine rende presente l’assenza: il mito di Butade docet. Fin dalle origini, infatti, l’immagine nasce in rapporto con la morte: è sepolcrale, funebre, maschera, segno di chi non c’è più. Già qui emerge l’ossimoro che attraversa tutta la storia delle immagini: la compresenza di essere e non-essere, di presenza e assenza.
L’eidolon greco e l’imago latina indicano inizialmente l’ombra dei morti o il volto degli antenati: immagini che garantiscono continuità e identità, rendendo visibile un passato che fonda il presente. Miti, racconti antichi e teorie moderne – da Plinio a Barthes – mostrano come l’immagine, e in particolare la fotografia, sia sempre legata al tempo che è stato.
A maggior ragione la fotografia. Ogni fotografia dice implicitamente: « questo è stato », anche quando il soggetto è ancora in vita. Per questo ci identifichiamo nelle immagini dicendo « questo sono io », come se una parte di noi abitasse davvero lì.
L’essere umano è un interprete di tracce: senza segni non c’è accesso al passato: immagine, scrittura e parola, non sono mai davvero separate. Lo stesso Antonio Tomich usa la scrittura accanto alle lastre archiviate. Le sue schede, i suoi scritti, i suoi fogli sono la cera di Platone: memoria come blocco su cui le esperienze – vacanze, soggiorni, paesaggi – imprimono segni. Ma questi segni, per durare, devono spesso essere esternalizzati in “memorie esterne”: archivi, supporti digitali, la scatola rinvenuta casualmente. Ogni archivio promette di conservare, ma porta con sé un paradosso: nel momento in cui affidiamo qualcosa all’archivio, possiamo permetterci di dimenticarla. Una mostra può insinuarsi in questo ossimoro e scioglierlo a favore della memoria.
Archiviare è quindi ricordare e allo stesso tempo, mettere da parte. Come i monumenti che incontriamo senza più conoscerne il significato, l’archivio della memoria conserva il passato ma rischia di renderlo muto.
È in questa tensione irrisolta, tra conservazione e oblio, che si gioca il nostro rapporto con le immagini e con la memoria stessa.
Per non diventare invisibile, come una statua cittadina, un archivio distribuisce l’attenzione su un fatto, su un punto, in più punti, più fatti. La presenza esposta di un archivio/monumento si fa così racconto, narrazione per un’altra memoria, simile a quella degli aedi.
L’archivio è però necessariamente anche una selezione. La nostra tradizione valorizza la memoria come antidoto all’oblio e alla ripetizione degli errori, ma l’eccesso di memoria può diventare paralizzante. Ricordare tutto equivale spesso a non riuscire più a vivere. Tra la memoria totale e l’amnesia totale l’esperienza umana si colloca in un equilibrio fragile.
In questo quadro, l’ansia di archivio che attraversa molta arte contemporanea appare come un tentativo di dare forma al caos, di trasformare il disordine in cosmo, come ricordano Pinotti e Baldacci. Gli artisti lavorano su frammenti, oggetti, immagini, dati, oscillando tra griglie rigorose e accumuli caotici, tra ordine geometrico e wunderkammer disordinate. L’archivio diventa così un dispositivo ambivalente: non solo conservazione, ma anche montaggio, selezione, riscrittura. Mappatura di una trasformazione veneta come nel caso dell’archivio Antonio Tomich.
In un archivio esposto in uno spazio la memoria non è semplice riproduzione del passato. Ricordare significa sempre rifare, raccontare di nuovo, costruire. Ogni atto di memoria è creativo, come insegna Proust, e ogni archivio, anche il più neutro, implica una scelta. Esistono archivi volontari e archivi involontari, collezioni intenzionali e depositi casuali, ma in tutti i casi il passato non viene mai restituito « così com’è stato »: viene reinterpretato, come fa Annalisa Zennaro.
Da qui la scelta di questa selezione perché senza scelta non c’è figura. Un archivio totale produrrebbe solo rumore, una cacofonia mnestica. La memoria, per essere vitale, deve dimenticare tanto quanto ricordare. È in questa tensione irrisolta, tra archivio e oblio, tra conservazione e invenzione, che si gioca il nostro rapporto con il passato e con il futuro.
Simone Azzoni
Il ritrovamento di questo archivio è stato un episodio inaspettato e casuale , avvenuto a metà degli anni ‘80.
Una grande scatola abbandonata tra le macerie destinate alla discarica, all’ingresso di un palazzo veneziano, attirò l’attenzione di un architetto con la passione per la fotografia. Una rapida verifica del materiale all’interno della scatola rivelò il suo straordinario contenuto: lastre fotografiche perfettamente conservate, testimonianza della vita a Venezia e del suo estuario a inizio Novecento.
È grazie a quel fortunoso ritrovamento che oggi è possibile condividere qui il materiale che l’autore Antonio Tomich, moderno e raffinato cronista d’altri tempi, ci ha lasciato. Uno spaccato di vita limpido e affascinate che ancora oggi, dopo oltre cento anni, entusiasma ed emoziona.
In questo viaggio nel tempo e nello spazio ad accompagnarci sarà l’autore stesso, attraverso le didascalie tratte dai suoi appunti, nelle quali commentò tutti gli scatti oggi presenti in mostra.
Quello che segue è un percorso a tappe nei luoghi che Antonio Tomich frequentò con la sua famiglia tra il 1895 e il 1906: quattro località differenti, ciascuna delle quali rispecchia una sfera della vita del fotografo. Emergono curiosità storiche e si svelano i motivi che lo conducevano in quei luoghi, giustificandone il legame con essi.
L’archivio Tomich ci restituisce oggi lo sguardo di un osservatore attento, capace di trasformare la propria esperienza di vita in una memoria collettiva fatta di luce e precisione documentale.
Annalisa Zennaro
Biografia
L’autore degli scatti è Antonio Tomich, vissuto a Venezia tra il 1860 e il 1940.
Era un fotografo amatore che di mestiere faceva l’agente procuratore per la famiglia aristocratica Giovanelli, ascritta al patriziato veneziano e al servizio della Casa d’Austria. Era sposato con una donna veneziana di nome Teresa Ruffini (1862-1949) e aveva un’unica figlia: Elena Tomich (1900-1980).
Le fotografie sulla sua casa e sulla famiglia testimoniano conducesse una vita agiata. Poteva dunque permettersi una passione costosa com’era la fotografia all’epoca. Viveva a Venezia al terzo piano del palazzo Querini Stampalia, ma i suoi possedimenti li aveva in campagna: la casa padronale Tomich a Cavallino con i terreni contigui.
Si spostava di frequente da Venezia per viaggi legati alla vita privata e lavorativa. In viaggio e nella vita quotidiana, Tomich ovunque andasse portava con sé la fotocamera per immortalare nei suoi scatti luoghi e momenti significativi.
Le fotografie contenute in questa mostra sono state realizzate da Antonio Tomich con una fotocamera Murer’s Express Newness, utilizzando lastre alla Gelatina Bromuro d’Argento in formato 9x12.
Diario di guerra
1 aprile 1940 - 1 gennaio 1942
Autorialità
Archivio di Alcide Azzoni
Ritrovamento di Eliana e Paolo Azzoni
Curatela
Francesca Marra
«La memoria è l’unico strumento che abbiamo per costruire la pace», scrive Liliana Segre.
Non come esercizio di ricordo sterile, ma come responsabilità e pratica quotidiana. Non come semplice archivio di immagini e fatti, ma come tessuto vivo di esperienze che ci attraversano, ci parlano e ci interrogano. Custodire la memoria significa accoglierla, osservarla, lasciarla parlare, perché da essa nascono comprensione, empatia e capacità di cura.
Sono passati più di nove anni da quando ho saputo dell’esistenza della trascrizione del diario di guerra di Alcide Azzoni. Anni di dialogo con Paolo, fatti di racconti, attese, frammenti condivisi a poco a poco, piccoli pezzi necessari per ricostruire ciò che mancava. Un tempo lungo, fatto di fiducia e di ascolto, in cui la memoria non si è mai offerta tutta insieme, ma ha chiesto pazienza.
Circa sette anni fa abbiamo cercato di dare un luogo, una casa, agli scritti di Alcide. Non era soltanto un militare devoto, ma un cronista; e, dopo la guerra, un maestro e un promotore della cultura, come recita la targa a lui dedicata dal Comune di Asola il 26 gennaio 2026. Da qui la scelta di partire per un luogo di eccellenza e di custodia: l’Archivio dei Diari. Un primo tentativo di consegnare queste parole a una dimensione collettiva.
Poi ho aspettato. Sapendo che Paolo, prima o poi, mi avrebbe mostrato qualcos’altro.
Nell’ottobre 2025 è arrivata una scatola, con la serratura manomessa. Dentro, tutto ciò che potevo cercare di Alcide: fotografie, oggetti, tracce materiali di una vita piena e intensa, in cui ogni piccola cosa ha lasciato un segno. Non una narrazione ordinata, ma un insieme fragile e potente di resti, capaci di restituire la complessità di un’esistenza.
E la guerra.
Le immagini che ho scelto raccontano soprattutto quel periodo e il desiderio ostinato di tornare a casa, proprio quando, con la Repubblica di Salò, avrebbe potuto trovare la fine. Alcide è scappato. Alcide ha commesso alto tradimento. Alcide ha disertato. Si è nascosto per sopravvivere e per tornare a vivere.
Questi materiali non sono memorie ricostruite a posteriori. Sono tracce lasciate nel tempo stesso in cui gli eventi accadevano, scritture essenziali, appunti rapidi, spesso difficili da decifrare, che restituiscono la guerra non come epica, ma come esperienza quotidiana fatta di attese, paura, perdita, desiderio di futuro. È nella loro fragilità che risiede la loro forza.
Curare la memoria significa allora non semplificarla, non addomesticarla, non renderla innocua. Significa accettarne le zone d’ombra, i silenzi, le contraddizioni, e riconoscere che il futuro non può essere pensato se non a partire da ciò che scegliamo di trattenere.
In un tempo che tende alla rimozione e alla velocità, questo lavoro invita a una sospensione. A sostare dentro le tracce, a leggere lentamente, a farsi carico di ciò che è stato. Perché solo custodendo e curando la memoria possiamo immaginare un futuro che sappia ancora scegliere.
Francesca Marra
Un trasloco riserva sempre sorprese e suscita nuovi ricordi. Così, nel suo ultimo, mia sorella Eliana si è trovata fra le mani, nella soffitta di casa, una cassettina di legno chiusa con un lucchetto. Insieme l’abbiamo aperta, curiosi, forse pensando che contenesse qualcosa di prezioso. Ma non sempre la preziosità è legata a un valore economico.
Il contenuto? La memoria dei primi ventisette anni di vita del papà: tante foto di amici, amiche, parenti, della futura moglie Gina, di Learco Guerra, della nazionale di calcio del ’34; ricevute di libri di teatro; una grotta del presepe in legno di balsa, eseguita a traforo; santini, stelle alpine secche, calendarietti profumati; permessi di libera uscita; la tessera di Giovane Fascista del ’34, strappata ed eppure conservata; la scritta “Dio giusto proteggimi” sul retro di una medaglia, che sul dritto raffigura un soldato armato con un fucile; un santino dell’otto luglio ’43 (era degente in ospedale militare?); la foto di sua mamma Dina, grande e custodita in un involucro di cuoio; ricordi struggenti del fratello Colombo, morto a ventitré anni per pleurite contratta per cause belliche: una sua foto con la fidanzata, un’altra in bicicletta col mandolino, un certificato di malattia, l’atto di morte scritto in tedesco perché stilato da coloro che ci occupavano.
Ciò che più ci ha incuriosito sono stati però due quadernetti per la scuola, uno russo e uno fascista, un album da disegno e un piccolo block-notes, scritti fittamente, ora a matita ora con penna stilografica, molto consunti e spesso di difficile lettura. Subito ci è parso, sia per la segretezza del luogo in cui erano custoditi sia per la stesura, fatta di frasi secche, essenziali e brevi, che il papà avesse scritto queste note solo per sé, per ricordare eventi, persone e situazioni di un periodo molto forte della sua vita: la guerra e soprattutto la campagna di Russia.
Il primo impulso è stato quello di non leggerli, tanta era la commozione già dopo le prime righe. Poi, piano piano, si è fatto spazio in noi l’amore filiale e il desiderio che una testimonianza così preziosa, non frutto di ricordi ma scritta quasi sempre nel momento stesso in cui veniva vissuta, non andasse perduta. Perciò ho trascritto queste righe per renderle leggibili; ne sono stato capace grazie all’esperienza acquisita da bambino, quando, per aiutare il papà che vedevo stanco, battevo a macchina i suoi articoli per la Gazzetta.
Non ho aggiunto né cambiato nulla, salvo lasciare “(?)” dove proprio non riuscivo a capire. Ve le offro, sicuro che vi apriranno orizzonti di umanità sopravvissuta, nel mio papà, all’inutile assurdità della guerra.
Paolo Azzoni
Biografia
Alcide Azzoni (Castelbelforte, 17 gennaio 1916 – Asola, 27 aprile 1985)
“Alcide amava il bello e le cose buone. Amava, ma soprattutto agiva, con sacrificio personale, per la realizzazione concreta.”
Queste parole, dall’omelia funebre di don Casati, descrivono la straordinaria figura di Alcide Azzoni, celebrata con la scopertura di una targa marmorea a lui dedicata il 26 gennaio 2026 negli spazi del Teatro Sociale di Asola, sede del Festival di musica leggera “Ercole d’Oro”.
Promotore di numerose iniziative culturali e sociali, tra cui il Festival “Ercole d’Oro”, la Fiera Mercato di settembre e il Concorso Ippico Nazionale, Alcide ha collaborato con associazioni locali come Avis, Pro Loco, Coro di Santa Cecilia, Banda cittadina e Motoclub, e ha lasciato una ricca eredità di studi, articoli e ricerche storiche.
Cronista della Gazzetta di Mantova dal 1934 e collaboratore dell’EPT di Mantova, ha raccontato storia e costume del Mantovano con passione e rigore. Fu anche consigliere comunale nel 1952 e Cavaliere della Repubblica nel 1970. La sua vita resta un esempio di impegno per la cultura, la comunità e la memoria della città che amava.